Il principe e la sartina

 

Dal balcone della sua stanza, Clara osservava il parco del castello che si stendeva ai suoi piedi fino al lago. Attorno al palazzo scorgeva vaste terrazze circondate da statue di marmo e collegate da ampie scalinate, a destra un labirinto formato da siepi di bosso, Era un luogo in cui aveva spesso giocato. Non era un labirinto difficile, ma Clara amava perdersi nei corridoi freschi e profumati immaginando storie fantastiche.

Giù in basso luccicava nel sole un lago sui cui scivolavano eleganti cigni bianchi e neri.

Dappertutto un gran via vai di servitori in livrea, giardinieri che potavano, palafrenieri che portavano cavalli al passo, cuochi che raccoglievano negli orti erbe aromatiche, donzelle dai grembiuli bianchi indaffarate a portare cesti e secchi.

Clara si voltò a guardare la propria stanza. Era enorme, con un letto immenso e soffice tutto rosa e ricoperto di bambole e animali di pezza. Clara non giocava ormai più da molto tempo con le bambole,  aveva da poco compiuto 19 anni, ma amava sempre tenerle vicine. C’era ancora in un angolo un grande cavallo di legno a dondolo. Ma anche libri naturalmente e il tavolino dove tutte le mattine si sedeva per pettinarsi i lunghi capelli e per appuntarsi due orecchini di zaffiro.

Clara era una ragazza fortunata, tutto attorno a lei era lussuoso, pulito e fatto apposta per lei. Ma Clara non era affatto contenta. Fissava le cose con aria imbronciata, ponderando il daffarsi.

Infine si decise: scattò fuori dalla stanza, si diresse a grandi passi lungo il corridoio ed entrò a precipizio nella stanza dove le sue sorelle amavano passare la mattina.

“Cosa succede? - Gridarono queste alzando la testa sorprese.

“Devo parlarvi!

“Potevi farlo a tavola - disse la più grande con aria annoiata.

“Non voglio che mi senta papà. Ma voi non siete mai stufe? - chiese Clara passando all’argomento che la tormentava,

Le sorelle si guardarono stupite. “Stufe di che? – dissero insieme

“Stufe di non fare niente! – rispose Clara esasperata – stufe di non fare niente e di non sapere fare niente...

“Ma cosa vuoi fare? Abbiamo già le governanti e il maggiordomo..

“Appunto!! Tutti lavorano: lavano, cuciono, costruiscono, cucinano, cacciano. E noi siamo tutto il giorno qui a guardarci allo specchio e “questo no perchè siete donne” e “Questo no perchè siete principesse” alla fine siamo le persone più inutili del Palazzo.

La più grande si alzò, accarezzò Clara sulla testa e le fece un buffetto sulla guancia. “Clara, tu sei ancora troppo giovane per capire. Non lavorare è un privilegio. Presto troveremo un bel giovane, magari un principe o un cavaliere, ci sposeremo e andremo a vivere in un altro palazzo. Per ora siamo qui e facciamo la vita che meritiamo.

“Certo! - disse Clara battendo i piedi – sarete proprio delle gran belle mogli: che non sanno fare niente altro che truccarsi e mangiare. Io non ci sto.

Voglio vedere il mondo, voglio sapere se so cavarmela da sola, voglio conoscere altre persone...

Le sorelle si girarono facendosi l’occhiolino, come per dire ‘la solita Clara’  e continuarono nelle loro faccende: chi a incipriarsi il naso, chi a provare il vestito adatto per il prossimo ballo.

 

Clara fuggì due notti dopo. Ci aveva pensato da tanto tempo, capiva i rischi e conosceva le conseguenze. Soprattutto le dispiaceva per suo padre che l’avrebbe senz’altro cercata disperandosi, ma era decisa. Non glielo avrebbero mai permesso e non poteva aspettare ancora.

Fuggì di notte senza difficoltà, non c’erano guardie perchè in quel regno non c’erano pericoli. La gente lavorava molto e di solito di notte dormiva sodo. Clara attraversò dapprima il villaggio silenzioso e poi si inoltrò per la campagna.

Prima di partire Clara si era vestita da contadina con una lunga gonna di panno, una mantellina di lana e i capelli nascosti da un fazzolettone colorato. Aveva persino strofinato il dito su un ciocco del camino sporcandosi poi il naso di fuliggine. Nessuno l’avrebbe mai riconosciuta. Il suo unico bagaglio era una borsa con dentro il vestito più bello, tutto intessuto d’argento e di perle, e dei gioielli che era già appartenuti alla sua mamma. Ah, dimenticavo, anche un grande pezzo di pane.

 

Clara viaggiò per alcuni giorni, cercando di farsi vedere il meno possibile. Mangiava la frutta che trovava, beveva l’acqua delle fontane e dormiva nei fienili.

Poi fu ospitata da una signora rimasta sola che aveva bisogno d’aiuto. Quindi accettò un passaggio sul carrozzone di alcuni pagliacci girovaghi e con loro percorse moltissima strada.

Infine un mattino di primavera, arrivò nel villaggio di Montemotto.

È un posto molto carino - pensò Clara, le case piccole e colorate allineate lungo la strada, la chiesa di pietra grigia, e una grande fontana in mezzo alla piazza.

A questa fontana una signora stava riempiendo un brocca. Aveva un’aria simpatica e Clara le si avvicinò

“Buon giorno - disse Clara timidamente.

La signora guardò al di sopra degli occhiali e fece un gran sorriso.

“Proprio la persona giusta – esclamò - mi porteresti questa brocca fino a casa cara? È pesante per me. Non ti ho mai visto prima però, Sei per caso la figlia della Maria?, ma no! tu sei la cugina di Elisabetta...

“No, no, - disse ridendo Clara - non sono di qui

“Neanche la cugina è di qui. Se non sei di qui, cosa ci fai qui?

“Cerco un posto per abitare.

La signora si fermò e squadrò Clara severamente: “Cara la mia fanciulla, questo è un paese di gente povera, onesta e lavoratrice. Qui non c’è posto per gironzolare senza far niente, mangiare a sbafo e dar fastidio a chi lavora

“No! Io voglio lavorare - esclamò Clara

“Bene. Allora è diverso – e cosa sai fare?

Clara fu colta di sorpresa, non sapeva proprio cosa rispondere. Cosa so fare io? Si chiese, cosa posso fare? Sono brava a cucire, a ricamare, ecco! Poi disse forte: “Sono una sarta, posso rammendare, cucire, fare orli, ricamare, allargare, accorciare, attaccare bottoni e anche farvi un vestito completo

“Questo mi piace – disse la signora – Non abbiamo una sarta in paese. C’é una casetta abbandonata in fondo alla strada. Deve essere un po’ sistemata, ma è confortevole. Potrei parlare con il sindaco e chiedergli di lasciarti vivere li per ora.

“Ho davvero, lo farebbe? Sarebbe bellissimo... ma pensa che il sindaco acconsentirà?

“Certo! È mio marito.

 

 

E così avvenne. Clara si stabilì nella casetta. All’inizio ebbe il suo daffare per pulirla, sistemarla e riparare le incurie del tempo. Siccome Clara era di animo gentile e dolce, sempre pronta a sorridere e aiutare (e ad aiutare sorridendo) presto venne in simpatia a tutti nel villaggio. Chi le regalò una sedia, chi un vecchio tavolo (che lei riparò e ridipinse), chi una stoffa per fare le tende.

Iniziò poi a fare lavori di cucito, aiutando le massaie a rammendare gli strappi e ad allungare i vestiti per i bambini che crescono.

Infine iniziò a fare vestiti per occasioni speciali. La sua fantasia e la sua abilità produssero miracoli. Clara sapeva prendere delle vecchie stoffe – magari una tovaglia dimenticata in soffitta o un vestito della nonna – e trasformarle sapientemente in splendidi ed eleganti vestiti. Quando una figlia  si sposava, quando il sindaco doveva recarsi in un altro villaggio per una cerimonia, quando una giovane doveva andare in città, era d’obbligo prenotare il vestito giusto da Clara. E d’altronde, chi meglio di lei conosceva i vestiti alla moda delle signore eleganti?

Un bel giorno di primavera mentre Clara sedeva sotto il portico a cucire, un gran trambusto percorse il paese. Donne uomini e bambini iniziarono ad arrivare da ogni parte e ad allinearsi lungo la strada. Si sentiva una grande agitazione nell’aria e tutti avevano messo i vestiti della festa. Persino Antonio, l’oste dell’Osteria Cervo d’Oro, era quasi sull’attenti, sulla porta con una grande caraffa di vino in mano.

Clara, lascio il suo lavoro e incuriosita, scese in strada a vedere.

“Cosa succede ? – chiese ad una signora

“Ma come non sai? È il giorno del Passaggio!

“Il passaggio di chi?

“Oh, santa polenta! - disse la signora alzando gli occhi al cielo – Oggi passerà il Principe di RoccaFiorita, il nostro Principe e Signore. Tutti gli anni in primavera lascia il suo castello d’inverno per recarsi con tutta la corte nel castello d‘estate. Noi siamo proprio a metà strada e Lui si ferma all’osteria a  bere un bicchiere, poi prosegue. Ripasserà ancora in autunno nell’altra direzione.

“Oh  - esclamò Clara non senza una punta di interesse ed eccitazione e, alzandosi sulle punte dei piedi cercò di vedere cosa succedeva.

Presto si sentì il fragore degli zoccoli e delle armature, il suono delle trombe e le voci eccitate di coloro che in fondo alla strada avevano già scorto il corteo.

Ed ecco sbucare tra le case i primi cavalieri. Belli, alti, splendenti nelle armature, con le lance alte e le bandiere bianche e rosse che garrivano al vento, I cavalli inarcavano i bei colli neri, scalpitando. Dietro seguivano carrozze dorate, ricoperte di nastri multicolore, nelle quali si scorgevano i volti delle dame di corte. Dietro ancora marciavano valletti e palafrenieri, sgargianti in uniformi rosse con alamari e spalline d’oro.

Man mano che il corteo avanzava, la gente per strada applaudiva, salutava e scoppiava in Ohhh di meraviglia.

In mezzo al corteo circondata dalla guardia reale in alta uniforme, procedeva la carrozza del Principe con lo stemma di RoccaFiorita dipinto sulle portiere.

La carrozza si arrestò di fronte all’osteria. La gente aveva fatto ala lasciando un passaggio, di fronte all’entrata era stata messa una sedia con sopra un mantello rosso. Tutti tacevano, in attesa.

Clara Cercò di avvicinarsi il più possibile e tese il collo per vedere.

La porta della carrozza si aprì e apparvero uno stivale nero e la punta di un spada.

“Ohh... – fece la gente

“Ohh... – fece Clara. Ma per la delusione. Il principe era sceso dalla carrozza e si era seduto sulla sedia dell’osteria. Era bello, alto, con i capelli neri e gli occhi verdi, ma... ma con un’aria terribilmente sprezzante e annoiata. Allungò la mano nella quale fu prontamente messo il boccale di vino. Senza sorridere, né quanto meno ringraziare, bevve, lo gettò per terra e risalì in carrozza. Il corteo si mosse e presto scomparve oltre le colline.

Clara era senza parole!

“È incredibile! Disse ad alta voce furente.

“Sì, vero? È fantastico! – disse la moglie del sindaco

“Ma che fantastico! È un arrogante maleducato, ha rotto il boccale e non ha nemmeno ringraziato.

La moglie del sindaco era veramente sorpresa “Ma è un principe, - disse -  lui può fare quello che vuole. Non ha bisogno di ringraziare...

Clara non ascoltava più, pensava: “Caro il mio principe, ti meriti una lezione. Aspetta e vedrai.

Clara preparò il suo piano e attese con calma che passasse l’estate. In autunno finalmente fu annunciato il passaggio imminente del Principe. La sera prima Clara si recò di nascosto all’Osteria e nascose dei rami spinosi sotto il mantello che ricopriva la sedia già pronta per il giorno dopo.

Il giorno dopo tutto andò come al solito. Il principe scese dalla carrozza, si sedette, bevve, gettò il boccale e si alzò. Si sentì un sonoro craaaaac e la bella giacca di seta trapunta d’oro e perle impigliandosi nelle spine, si stracciò da cima a fondo.

Tutti i presenti lanciarono un’esclamazione e trattennero il respiro.

L’Oste svenne addirittura, la moglie del sindaco si sedette per terra per lo spavento. Le guardie estrassero le spade come se il Principe fosse stato in pericolo.

Quest’ultimo parve rimanere per un attimo senza parole, poi le sue orecchie diventarono rosso fuoco. Con gli occhi sbarrati tastava dietro di sé  cercando di capire cosa era successo alla propria giacca e accorgendosi che Sua Eccellenza il Principe era ora in camicia e pantaloni.

Con la voce strozzata urlò: “Chi è stato? – e stava per aggiungere “tagliategli la testa, quando Clara uscì dalla folla e gli si parò dinnanzi. Alta, eretta, con le mani sui fianchi e gli occhi di fiamma.

“Vostra Eccellenza, la colpa é solo mia. Vi prego di perdonarmi. Volevo onorarvi con un mazzo di rose colte per voi, ma stupidamente devo avere scordato una spina. Vogliate punirmi...

Il principe aveva si e no sentito tutto questo, poiché le sue orecchie stavano suonando come le campane della chiesa: era rimasto a bocca aperta, e in quel momento stava annegando nel mare azzurro di quegli occhi profondi.

Non se l’era proprio aspettata quella contadina bellissima che lo guardava dritto negli occhi. Quel viso di angelo, quel collo bianco e lungo come un cigno. Il principe iniziò a farfugliare qualcosa.

“Vostra Grazia – riprese Clara senza farlo parlare – io sono una brava sarta, se voi permettete, riparerò la vostra giacca e il mio sbaglio. Domani ve la porterò a palazzo e potrete darmi la giusta punizione.

Il principe sempre più confuso, sapendo che stava ormai facendo una figura barbina, borbottò “Dovrete pagare! .. e sempre più paonazzo, risalì in carrozza e partì.

Clara lavorò tutta la notte e riparò la giacca in modo perfetto, nessuno avrebbe potuto riconoscere dove era stata strappata.

La mattina dopo indossò il vestito d’argento intessuto di perle che aveva portato con sé fuggendo e i gioielli, sciolse i lunghi capelli e li acconciò con nastri.

E partì per il castello del principe.

Il grande portone del castello era sorvegliato da due gigantesche guardie. Duri veterani di molte guerre, pronti  a difenderlo a costo della vita da cavalieri, briganti o draghi. Rudi guerrieri... completamente impreparati a sbarrare il passo ad una splendida principessa vestita d’argento. Clara avanzò decisa, il capo eretto, leggera e veloce come una fata. Passò tra le guardie senza degnarle di uno sguardo, entrò nel castello, attraversò corti e sale, salì per le grandi scalinate tra lo stupore generale ed entrò nella sala del trono.

Il principe sedeva in fondo alla sala in mezzo ai suoi consiglieri, Clara avanzò decisa tra due ali di cortigiani, dame e servitori. Tutti avevano smesso di parlare e osservavano rapiti la splendida fanciulla che procedeva sicura verso il trono.

Inutile dirvi che il principe ancora una volta era rimasto a bocca a aperta e senza parole. L’aveva riconosciuta naturalmente, ma non riusciva  capire le ragioni della trasformazione.

“Sono venuta a portavi la giacca riparata, Vostra Grazia ...

“Ma voi siete, non siete... - balbettò il principe

“Non sono ... una contadina ?  Voi dite? Ma allora l’unica differenza tra una contadina e una principessa sono i vestiti e i gioielli. Quindi se sono vestita d’argento posso strapparvi la giacca, se sono vestita di lana vengo punita, è così?

“Si, cioè, no, voglio dire, ma perchè ...

“Sono una principessa, é vero, ma ho deciso di vivere in modo diverso. Ora, se non avete bisogno di me, avendo riparato al danno, torno a casa mia.

E Clara si voltò facendo per allontanarsi.

“Aspettate! – gridò il principe scendendo dal trono – perchè non restate qui al castello, potreste... potremmo conoscerci meglio, voglio dire...

Clara si voltò lentamente. Il principe era lì tutto confuso, e in fondo le piaceva proprio, ma non era ancora il momento.

“Vostra grazia mi lusinga con il suo interesse. Ma, vedete, vi ho visto disprezzare il vostro popolo, bere senza sorridere e senza ringraziare. Quello stesso popolo nonostante tutto vi acclama e vi mantiene coltivando i vostri campi, allevando il vostro bestiame, pulendo le strade e le foreste. Per voi sono solo contadini da disprezzare e magari punire, come avreste fatto ieri se non fossi intervenuta. Un giorno sarete Re. Un re non molto saggio, si direbbe, e presto non molto amato.

No, preferisco i miei vicini, i miei clienti di sartina, e tutte le altre persone semplici, oneste, lavoratrici che mi aiutano ogni giorno. Avete poco da offrirmi che sia meglio di questo.

E ciò dicendo si voltò e uscì.

Cortigiane e cavalieri fra mille risolini imbarazzati si allontanarono in tutte le direzioni. Il principe rimase solo, in piedi, nella grande sala vuota.

 

 

Passarono alcune settimane. Giunse la prima neve. Clara sedeva vicino alla finestra, mentre alle sue spalle scoppiettava il camino. La ombre e le luci danzavano sui muri come folletti. Clara guardò in strada e scorse delle orme fresche nella neve che si dirigevano verso casa sua. Guardò meglio cambiando finestra e infine lo vide. Era pallido ma sempre bello, avvolto in un grande mantello. Il principe si inginocchiò nella neve e chiamò:

“Principessa, mi avete ferito, non per quello che avete detto, ma per avermi lasciato.

Clara aprì adagio la finestra per sentire meglio, ma senza farsi vedere.

“Principessa – continuò il giovane – Ho sbagliato, ma non per cattiveria. Mio padre fu un grande Re, ed io temevo di essere considerato debole. Avevo paura di essere giovane e inesperto e quindi cercavo di essere severo e forte. Ma ho capito ora e più di ogni cosa desidero il vostro perdono e stringere la vostra mano.

Clara, sorrise nel buio e chiuse la finestra adagio.

Aspettò ancora una notte, un giorno e una notte ancora. Poi scese e aprì l’uscio.

Furono celebrate nozze bellissime. Clara riabbracciò il padre, che pur triste e preoccupato aveva però capito perchè la figlia aveva voluto partire e l’aveva perdonata.

Durante il banchetto di nozze le sorelle conobbero tre cavalieri e si innamorarono. Presto ci sarebbero state altre nozze.

Gli sposi poi partirono per un viaggio, ma prima si fermarono nel villaggio di Montemotto, dove fu organizzata una grande festa per tutti gli abitanti. Il sindaco fece un discorso, la moglie raccontò mille volte che lei era stata la prima a conoscere la principessa. L’oste ricevette in dono cento boccali d’oro... e svenne.

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