Parola

Che la parola sia vento

E l'idea sia mare

Che la ragione sia lampo

E la verità sia sale.

E nelle mie vene scorrano

Vento, mare, lampo e sale.

Ma se io non fossi degno,

Se dovessi dubitare,

Mi soffochi il vento

Mi anneghi il mare

Mi uccida il lampo

Mi sotterri il sale

 

Un tempo

Ieri ascoltavo

I boschi attorno cantare:

Come il respiro

Della pioggia o del mare.

Mi ha preso

Una nostalgia improvvisa,

Come un sogno lontano

Che non riesci a ricordare.

Deve esserci stato

Il vento.

Nel mio ieri, lontano.

Ne porto il segno

Come una cicatrice.

Lo stesso vento

Ma io ero felice.

 

Non è

Non è per gli errori che ho fatto

Ma il fatto

che ho sempre pensato

Domani rimedio, sará tutto diverso.

Poi ho perso

il conto dei giorni.

E ora il domani è passato.

 

 

Sogno

Stanotte c'era mia madre

Seduta in capo al letto

Stringeva una vecchia foto

Contro il petto.

Aveva le spalle stanche

E un tremito leggero

Delle lunghe dita bianche.

"C'ho provato, davvero"

Io balbetto.

"La vita è così dura, e

E non me l'avevi detto.

Tu c'eri ma non eri mai presente

Forse distratta, forse indifferente.

Io sono uscito per giocare

E mi sono scordato di rientrare."

Lei mi ha guardato, poi

Col capo chino,

Accarezzando la mia foto da bambino,

Ha detto solo, in un sussurro,

"Stavi cosí bene

Con grembiulino azzurro."

 

 

 

Ripetizioni

Ricordo le mie medie:

I preti, i calamai, i quaderni

La lavagna, il cancellino, i banchi,

Le messe a giorni alterni.

La lince impagliata nell'aula di scienza,

Don Carlo enorme, le mani sui fianchi,

Peccati, confessione e penitenza.

Il professore in piedi alla finestra

Le mani dietro, come polipi bianchi.

 

Lunedì dal maestro Carnevale,

Portinaia in guardiola, bici in cortile,

Ascensore vetrato tra le scale

E mia madre che aveva paura di salire.

In punta di sedia, al tavolo di noce

Tra i mobili scuri dai cristalli spessi,

Traducevo il latino ad alta voce,

In cantilena come se pregassi.

 

In fondo alla sala, su una poltrona

Le gambe sotto una coperta,

Una ragazza con il capo riverso,

Le braccia esili, la bocca aperta.

Nascosta nell'ombra si muoveva appena

Emettendo a tratti un breve verso.

C'era un odore di cucina,

Di cloroformio, di polvere e di cera

E fuori i tetti di Milano persi

nell'aria grigia e spessa della sera.

 

Io odiavo il luogo e la lezione,

Fuggivo quelle ombre e quell'odore.

 insegnato

A riconoscere i segni dell'amore.

 

 

Il treno

È un vagone vecchio stile

Con i sedili di legno e di vinile.

Fuori passano luci, ombre, scie,

Pagine delle nostre biografie.

Siedo accanto al finestrino

Per sentirmi ancora un po' bambino.

Lui, a me di fronte, sorridente

Osserva, oltre il vetro, l'orizzonte.

Traggo una foto dai bordi consumati:

"Ricordi il mare? Siamo un po' cambiati"

"Quella sera a Milano, che bevuta."

"Ho visto Luisa, sta meglio e ti saluta"

"Abbiamo riso, sai, bevuto, amato."

"Abbiamo vinto e perso, ma lottato."

"Ora devo scendere. Mi spiace.

Qui si sta bene, c'è silenzio e pace."

Rimango nello scompartimento vuoto,

Stringendo una sbiadita, inutile foto.

Passano nel cielo, i miei ricordi in volo,

Li seguo con lo sguardo,

Un po' piu vecchio, un po' piu solo.

 

 

 

Vieni

Vieni ti mostro un luogo segreto,

É giusto oltre la notte,

Tra le pieghe del mio sonno irrequieto,

 

Tra i pensieri che si affollano al buio

Per poi svanire al mattino.

É una stanza da tempo in disuso

Ma da qui si vede il giardino.

 

Dovrai entrarci in punta di piedi,

Le tue vesti come ali nel vento.

Le mie dita scorreranno sui tasti

La musica sará gioia e tormento.

 

Canterai tra i ricordi e i fantasmi,

Danzerai tra i miei sogni leggera,

E infine potrò addormentarmi

Tra le ombre dolci della sera.

 

 

Crocicchio

Quattro suonatori ad un crocicchio

È quasi sera e il cielo è terso.

Son contento di vedervi, gli dico

Ho fatto molta strada e sono perso.

Ad ogni bivio mi assale la paura:

E se poi sbaglio, se fosse tutto invano?

Non so nemmeno se questo è il mio cammino

E l'orizzonte sembra così lontano.

Ad occhi chiusi, passo dopo passo,

Inseguo le code del destino.

 

Ma voi, dolci amici, ricordate?

Quante avventure abbiamo condiviso!

Allora, quale strada mi indicate?

Tacciono e continuano a suonare,

Senza uno sguardo né un sorriso.

 

Quattro suonatori ad un crocicchio

La notte è scesa piano piano

Butto una moneta nel cappello

E senza voltarmi mi allontano.

 

 

 

Il Mare

Ci si attende sempre qualcosa

Guardando il mare.

Uno scafo, un segno o un ritorno.

Non si allontana mai il mare,

Su ogni spiaggia, ti danza incontro.

Non è mai felice il mare,

Si stende ai tuoi piedi poi t'implora,

Infido, freddo e profondo,

Ti chiama ancora, ancora, ancora.

 

Lei sul terrazzo osservava l'orizzonte

Le onde nere e le barche lucide e gonfie.

Aveva un ansia dentro che levava il fiato,

Il solco di una ruga sulla fronte,

Le spalle spente di chi ha rinunciato.

Nella brezza profumata di alghe e sale

Rabbrividendo avvolta nello scialle

Osservava nella notte le lampare.

 

Lui la chiamò e lei rientrando

Chiuse la finestra e s'infilò nel letto.

In quella stanza che sapeva d'abitudine,

Alla musica del suo respiro lento.

Qui non c'è affanno - pensò - o solitudine

Tutto qui è giusto, solido e normale.

Mentre fuori, sussuravano il suo nome

Battendo sulla riva, le onde del mare.

 

 

 

Arcano

Ora tornando alle ombre dorate

Da quel sogno spento

Senza risveglio, sento solo

Echi di stanze vuote.

E, nel lavello di zinco,

Gocce ritmate.

 

Nel vicolo senza uscita,

Scorgo indistinti oltre i vetri opachi,

Giochi di bimbi sporchi.

Sento ghiri sul tetto, mulinelli

Di foglie secche danzanti

negli angoli della vita.

 

C'è un materasso a terra

Odora di cantina e fumo,

Ho disegnato con il vino una ghirlanda

E ho firmato il muro.

Questo ti lascio: cicatrici

Di un soldato senza guerra.

 

Il tempo non ha più suono...

Per favore prendimi la mano...

Questo ti lascio, usalo...

 

Per svelare l'arcano...

 

 

Alialberonuvola

Ho dipinto una nuvola.

con le dita e col palmo.

Ho dipinto un albero,

ma si e sporcato di nuvola.

Ne ho fatto un uccello dalle ali nervose,

ma sapeva di albero.

Ho steso un mare lontano

Odorava di acqua stanca

Come una laguna.

Ho scritto su tutta la tela

alberonuvolaalialberonuvola lasciando

con le dita macchie incaute.

L'ho dato a un viaggiatore

Perché lo portasse lontano,

Ma l'ha lasciato cadere

Appena fuori dall'uscio.

Ora la pioggia ha lavato i colori.

Li porterà al mare.

 

 

Sono

o sono e nessuno sa che sono,

In questo esisto e mi consumo.

Per qualche amico forse vago

Ricordo fra ricordi, mentre altri

Passano come ombre silenziose

Disegnate dalla luce contro il fumo.

 

Fra gli amori, le morti e le sconfitte

Che mi hanno plasmato, io resisto.

Artefice maldestro del destino.

So di essere eppure non esisto.

 

Ha varcato le mie acque questa nave

Che ora derelitta sbatte a riva,

Compagni di viaggio clandestini

Che sento estranei proprio perché vicini,

Emergono come fantasmi dalla stiva.

 

Portatemi, vele, per terre inesplorate,

Fatemi dormire come quando ero bambino

Sognando senza dubbi, ansie, affanni,

Senza temere la luce del mattino.

 

 

 

 

 

 

 

Figlia

Figlia, ancora,

Ti guardo partire

È giusto la vita ti aspetta.

Illusi sempre, crediamo

Di esserne parte.

Traghetti

Per une solo viaggio,

Tra rive opposte, le mani

A lato a guidarvi. Attenta!

Non amare, fa male,

Non consumare la vita,

Non percorrere

Il mio stesso cammino.

Tu mi guardi, sorridi

Ed esci ad incontrare felice

Un diverso destino.

 

 

l'Età

"Chiedi di pagare"

La moglie lo incalza

Lui si alza

Barcolla, quel passo normale

Quando le ossa fanno male.

Le ginocchia forse, o l'anca

Io lo guardo e penso:

Che età avrà?

Quanto manca?

 

 

 

Da un fatto vero. Mogli attendono i mariti pescatori dopo una tempesta. Alla fine alcune di loro si abbandonano alle onde, unico modo di raggiungere i mariti che non torneranno.

 

Mare

Scesero, scesero, le donne accesero

Fuochi di paglia sulla scogliera

Chiamò il vento sull’onda nera

Luci di fuoco contro la sera

Chiesero, chiesero, i figli chiesero

Da quale notte potranno tornare

Ridi e gioca ma non domandare

Nessuna vela sa più navigare

Presero, presero, le donne presero

Pane e ceri per potere vegliare

La fronte appoggiata contro l’altare

Muovevano le labbra senza pregare

Chiesero, chiesero le donne chiesero

Un segno o un legno giunto dal mare

Tornò il sole senza scaldare

Fino alla sera senza scaldare

Scesero, scesero, le donne scesero

Fino alla cintola nell’acqua del mare

Lasciatevi prendere, lasciatevi andare

È bello dormire senza sognare

Scesero, scesero, le ombre scesero

Con il silenzio sulla scogliera

Disco di sangue e onde di cera

Sulla schiuma bianca una veste nera

 

 

 

Lapidi

Metteteci vicini

Le lapidi inclinate

Che si sfiorino appena

Sapranno

Di cosa abbiamo vissuto

 

 

Computer

Scrivere poesie al computer,

all'elaboratore

per ore.

Pensieri tradotti in numeri accendono

fosfori neri.

Se perdi il filo

attendi, cancelli, riprendi.

Senza traccia d'intenti, di ripensamenti.

Il tasto con la freccia a sinistra

cancella l'ultima svista:

ti ho vinta/ti ho vista.

Backspace !

Ci fosse un backspace per i giorni vuoti,

sbagliati, segnati.

Mi amavi/backspace

Mi ami/backspace

Ti incontro domani

 

 

Weinbergstrasse

La signorina Tambini

portava sempre e, credo, solo

una vestaglia scura.

Spiragli fruscianti

di carne livida, al quarto piano

della Weinbergstrasse.

Faceva la spola

fra la cucina comune

e la bambola sul letto.

Stanze in affitto per donne e studenti.

Una era la maestra,

caviglie gonfie e occhi umidi

e una conchiglia dell'unica vacanza.

I piatti si tenevano in cucina

un ripiano per uno.

"Mi spetterebbero almeno due ripiani"

Protestava la Tambini.

Lo studente mangiava in quelli

della maestra che poi

ebbe un ritardo e le porte

rimasero chiuse a lungo

nel corridoio della Weinbergstrasse.

Partirono, la maestra e lo studente.

Partirono assieme. Poi il silenzio.

La signorina Tambini puntigliosa

dilatava il suo regno.

Due ripiani: uno per il cibo,

uno per il servizio e la conchiglia,

 

 

 

 

 

 

 

TRAME

Ho carpito le trame di alcuni romanzi. Storie, sinossi, epitaffi. Amore contrastato di una giovine per.., dopo alterne vicende.., infine...Ho riempito gli spazi vuoti senza verifica, come ad ascoltare al buio i racconti di una madre stanca.

 

 

AMEN

Il severo Flachsmann tra i banchi

"Ti disciplino, ti raddrizzo mi stizzo,

emetto un giudizio,

infliggo un suplizio per sfizio.

Comando, dico, sono

Non perdono perdo

solo le staffe, stufo

Ligio, grigio

pesante, pedante"

Entra Fleming tra i banchi

"Ascolto molto, attento sento

che il tuo alito è vita

Amico degli studenti

in pena per gli assenti

stringo i denti,

do tutto me stesso"

Atto terzo: Flachsmann

diventa direttore,

Fleming perde il posto. Amen

 

 

FOLLIA

II coro: "Esce silenziosa

maestosa

strascico di broccati persiani

Scuote sette sonagli e uno scettro.

Si asciuga una lacrima con la seta"

Lei entrando:

"Sono la Follia.

Figlia dell'incesto

tra Ricchezza e Gioventù

Chiesa unica uccisa dal pensiero."

Il coro: "Follia!

figlia fedele del Fato

aspettiamo un tuo segno,

conquisteremo il mondo."

 

 

RAPPORTI

Adriana e molto ricca,

entra e ama Francesco.

Dionigia e molto giovane,

entra e ama Francesco

Francesco è marito di Adriana

e padre di Dionigia,

entra ed esce.

Dionigia resta incinta,

Adriana resta male,

Francesco resta solo.

I sentimenti escono

e non vengono piú trovati.

 

 

PITTORE

"Don Juan

Vecchio tenero di letture e sospiri.

Pittore dalla mano tremante.

Io, Serafina da poco tua moglie, ti guardo le spalle curve, e penso a don Alvaro, dalla pelle scura il viso ispido e pelle di brigante.

Chiudo gli occhi al ricordo dell'odore acre dei suoi sensi." "Io, don Alvaro, creduto morto, strapperb la donna a don Juan la salverb a cavallo tra le fiamme la terrb sotto di me nel parco." "Io Don Juan, stanco,

farb mia l'inevitabile parte, la reciterb come mi fu scritta.

Piegherb le spalle, volterb 1o sguardo.

Dipingerb la vostra morte in settemilasettecento

settantasette quadri."

 

 

IL FIGLIO

Appare sulla scena Mächler

conciatore di pelli della Slesia.

Lo segue Paola dai capelli incolti

con addosso l'odore dei monti

ed un figlio immerso

tra i suoi fianchi forti

"È tuo Mächler, lo sfida,

in barba

al vecchio Wennrich,

che mi cinge di affanno

E poi si spegne.

Sarò di scherno

alla tua donna scialba,

al tuo coltello affilato

su questo crinale

tra Prussia e Austria.

Tuo figlio Mächler,

che tanto bene uccide

tra le albe diverse del confine,

i soldati dal letto della madre."

Tra le quinte c'è un ombra nera

questa sera, appena giunta

ansimante dal passato.

 

 

IL FURTO

"Ho portato il portafoglio perduto a palazzo, preso per un pazzo anzi peggio percosso

per non aver commesso il fatto.

Io, Nicolino, giuro,

che ho appoggiato la verit?~ sul muro perch~ la vedessero tutti.

Io, Nicolino ho pianto solo un poco, per gioco,

ma Solonia non doveva.

Non doveva ridere." - esce "Io Solonia sento solo i sensi, senza sapere se schiaccerb al seno lo stesso passero che volevo salvare, rido, rido.

Peccato, d'altronde,

che Nicolino si sia ucciso." esce ridendo. Sipario.

 

 

SPECCHIO

Da una lettera scritta

dopo che fu smarrita,

di autore ignoto ma molto riverito:

"Ho messo in scena,

uno accanto all'altro,

il ladro, il mendicante, l'arruffone,

il ricettatore, il carceriere, il fesso

l'avvocato vizioso e quello scaltro.

Prima entra una donna di malaffare

- come si dice - poi un brigante.

Lockit, Peachum

e Macheath il mendicante.

E questi sono gli eroi!

dovresti vedere gli altri!

Il melodramma ebbe

successo strepitoso,

si riconobbero tutti e si compiacquero.

 

 

LE IDEE

Nomach brigante poeta, inseguito

dal poliziotto cinese

su treni stesi lungo i fianchi degli Urali,

dice con voce pastosa:

"Le idee sono la soma

di un popolo imbecille, l'uguaglianza

É la piaga delle briglie.

Io sono il solo veramente libero,

senza pastoie, senza ripugnanze.

Alla fine del terzo atto

la rivoluzione è finita,

Sono caduti tutti: gli illusi

gli idealisti e i profeti.

Stesi li a terra, fra finte barricate

attenti a non restare in scena

al calare del sipario.

 

 

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