INIZIO

Yacobaki Rizo Nerulos parlava il francese non meno bene del greco. Portava lo sguardo come una lingua. Qualcosa di umido e avvolgente. Raccontava  modulando la voce con ritmi orientali. Aveva tratto da ogni anno l'esperienza di dieci  e la portava come un fardello troppo pesante per due sole braccia. Come un seme : inutile senza una terra in cui germogliare.

Fece di me il suo campo.

Lo incontrai spesso, sempre al tramonto, ma non lo conobbi mai. " Dei tre soli, quello morente é il mio padrone, " - diceva -  " quello allo zenith un compagno di viaggio burlone."

 

Con lui sedevo sotto alberi dalla corteccia nera e ruvida. La notte scendeva a riprendersi la terra. Sdraiato sull'erba mi dissetavo di suoni lontani ed odori selvatici. Ero un ragazzo allora. Lui aveva occhi così incavati da sembrare orbite vuote. In quelle voragini prive di luce scorgevo l'infinito.

 

Per nove sere mi raccontò altrettante storie.

Mi parlò di Endimione e del suo sonno. Di Selene dalle braccia candide e la testa ricciuta. Io sognavo di esserne posseduto, fingevo di dormire per sentirne l'alito ed il ventre. Mi parlò della sfida di Eris e delle fastose nozze di Tetide, di ninfe e di boschi proibiti.

Come al primo liquore ogni parola mi bruciava. Arrossivo e ne piangevo. La decima notte sentii l'alito della partenza. Yakobaki  non poteva lasciare alcun luogo. Lui vi apparteneva come un albero alle proprie radici. Solo tramite mio la sua essenza poteva viaggiare.

 

Quella notte mi apparvero in sogno Techné e Paidea, l'arte e la cultura. "Andrai" - mi dissero - "con frugalità di vita e povera veste, lascerai tracce del tuo passaggio come sterco di topo: Ti strapperai dalle viscere con dolore brani d'animo e ti esporrai al ludibrio della gente. Questa sarà la tua arte. E se queste opere rallegreranno qualcuno per la loro bellezza, non per questo il loro creatore meriterà alcuna stima."

E' così, per pace di Antinoo, non demiurgo ma ptochos, da venti secoli io tramando queste storie. Ne soffio l'essenza nelle narici durante il sonno dei saggi. Le graffio sui muri per il popolo incolto. Le insegno ai padri per i figli ed ai figli di questi.

Infine,  ciò che prima era solo un desiderio confuso : il desiderio di fuga di ogni giovane, divenne l'inesorabile percorso. Il viaggio obbligato, l'atto della mia nascita.

Partii verso occidente come ogni viaggio d'eroe.

 

Dopo molti anni incontrai ancora Yakobaki. Giaceva nello stesso punto dove l'avevo lasciato, ma la terra si era spostata sotto di lui, cambiandone il luogo. Ci guardammo a lungo negli occhi come avversari esausti. Aveva scordato ogni cosa e non seppe riconoscermi.

 

Mi sedetti allora con lui nell'erba e cullandolo gli raccontai nove storie.

 

 

 

EDIPO

Edipo, Edipo. Scuro e bianco. Radice di noi tutti e rigettata immagine. Guida cieca di occhi più opachi. In quale mito guidò la figlia vedente - la più giovane e vicina - verso la luce ? Di quale amore fu vittima e carnefice ?

 

Edipo che divenne padre nel grembo in cui nacque. Gli occhi forati dai gioielli di Giocasta, porgeva il passo alle pietre di Colono. Scadeva il suo tempo sulla collina di Poseidone, soglia di Atene e degli Inferi.

 

Ismene, la più giovane, nell'incavo del braccio, ne sorreggeva l'andatura stanca. Edipo, senz'occhi, la guidava fino sull'orlo del dirupo roccioso.

 

Sognava Edipo dai piedi gonfi, in quella sera di caldo ed insetti.

 

Nel nero velluto percepiva con l'olfatto, l'udito, e il tatto la vena pulsante del mondo. La sua voce adagiata come un serpente sulle corde vocali, voce di Re, riecheggiò tra gli anfratti e l'albero in fiamme.

 

"Ismene mi sorregge il fianco. Soffia il vento sulle colline. Rabbrividisce l'erba alta come percorsa dal taglio di una mano. Sento il profumo della terra, così  nuovo. Quello del sole e della pioggia, così diversi.

Ismene,  figlia dolcissima ,  mi spiega  ciò che non posso vedere. Rari momenti, come suoni notturni mal percepiti, mi riempiono il cuore di gioia. Come suoni lontani, fuggono a tendere i sensi.

Di ciò che volevo essere, ciò che sono, lambisce appena la sponda. Ismene mi conduce fino al bosco inviolabile. Là i miei sensi ottusi la salveranno. Il cerchio si chiude e sarò io, grato, a guidarla."

 

Ma il sogno destò se stesso e trasse via colline, pioggia e volti. Scomparve il braccio premuroso e fermo e l'idea che tale braccio potesse esistere.

Restò la stanza disadorna, come una brutta casa di bambole. La donna al suo fianco come un ritorno quotidiano. La vita serrata ai lembi, come un fazzoletto per copricapo. I giorni, le ore, come un negozio di rosari. Ismene, lontana e presente come un dovere rimandato.

 

Allora lui spinse a se moglie e figlia, le portò alla luce per guardarle meglio. Scostò la tenda e strinse gli occhi, il capo di sbieco per non fare ombre. La strada era assolata, le ombre a filo dei muri. Giungevano risa e giochi nascosti.

Edipo osservò la casa intorno a se  ed annusò quell'aria senza odore. Allontanò la moglie e, per l'ultima volta, offrì il fianco alla figlia.

 

Guidami - pensò - oltre il mio passato, genera con me un'illusione. Ma Ismene guardava oltre, giocando nella mente con i rumori freschi che giungevano dalla strada.

 

Edipo ammainò lo sguardo come una bandiera vinta. Corse fuori urlando il proprio nome. Cercò tra i sassi qualcosa di ancora vero.

 

Le sue poche cose vendute all'asta servirono a madre e figlia per i primi giorni, finché non si trovò una sistemazione confacente.

 

 

 

ANTIGONE

Lui sedeva al davanzale carpendo dall'esterno immagini e suoni come un rospo gli insetti.

Gli annunciarono l'arrivo della figlia, sterile Antigone. Distratto come sempre, prese nota che la sua vita sarebbe cambiata.

 

Testimoniò il parto come un rito primitivo e cruento. La bestia sacrificale lasciava con le viscere la vita, bianchi sacerdoti ne traevano il futuro.

 

Da quell'istante la vita calò come un velo tra il suo sguardo e la realtà. I giorni si inanellarono uguali come il battito di una vena.

Lui riordinava le ore con fare fastidioso, e ne serbava le migliori come un collezionista. Non avendo mai chiesto nulla alla vita non provava rancore. Un giorno si svegliò, osservò moglie e figlia, uscì e perse di vista entrambe.

 

Il tempo dei giovani, che separa indesiderato l'adesso dal poi, diventò quello dei vecchi che scandisce il passato.

 

Da questo passato ritornò la figlia.

 

Quando gli giunse in casa, dovette riabbottonare la vita come un cappotto ad un colpo di vento.

Nascose nel cassetto la solitudine perché lei non ne fosse imbarazzata. Poi distraendola con una scusa corse a riassettare la propria condotta. Dal giorno dopo fece più attenzione alla toilette quotidiana affinché non trasparisse la noia.

 

Non conoscendola le offrì il caffé come ad un ospite e fece conversazione. Le diede lenzuola nuove per il letto. La presentò agli amici perché la usassero per capirlo meglio. La legò ad un filo e le fece percorrere i propri passi a ritroso per capire dove si erano persi.

 

A mezzogiorno la condusse a pranzo e si imboccarono a vicenda stando così vicini da sentire l'odore della pelle.

 

Guardò le sue mani, ma trascurò di leggere il suo sguardo. Non vide il pericolo o forse non se lo aspettava.

 

Non vide il pericolo o forse lo desiderava.

 

Lei per prima cosa cambiò l'ubicazione delle porte per adattarle alle proprie membra più agili. Cambiò il colore alle stanze ed il loro odore. Stabilì per sé e per il padre orari diversi  per non dover ridere insieme.

 

Lo relegò in una stanza e stabilì di tracciare ogni giorno un segno colorato sul muro. Diede al padre quattro pareti di tempo. Quando il cambiamento cessò di essere tale, resterono l'abitudine ed i tratti di gesso a scandire i giorni. Lui fece un rapido calcolo e si accorse di non avere bisogno d'altro. Lei

stessa, con gli anni scordò di porre i segni quotidiani, e tutto fu come prima. Lo stesso silenzio, come in una notte di neve.

 

Un giorno il padre uscì dalla camera  colorata. La casa era vuota. Alcuni resti di gioia prendevano polvere negli angoli. Il sole entrava a stento dai vetri opachi.

 

Come un ospite in partenza, riassettò ciò che poté.

 

Sapeva, per propria esperienza quanto fosse spiacevole per un estraneo aggirarsi nella vita di un altro. Non voleva quindi lasciare alle spalle brandelli d'animo. Senza voltarsi entrò nella stanza luminosa di segni colorati.

 

Chiuse la porta.

 

Aggiunse l'ultimo tratto al muro, tra il penultimo ed il primo, e si addormentò sereno.

 

 

PIGMALIONE

Da bambino sedevo a volte nello studio di un anziano scultore. Mi appoggiavo all'ombra per non essere troppo presente e l'osservavo per ore. All'inizio si sentiva in obbligo di parlarmi, spiegando l'intenzione e l'effetto delle sue mosse, poi, siccome il risultato ne soffriva, immusoniva e piano, piano, si dimenticava di me. Iniziava allora il vero duello tra le sue mani, la sua mente e la materia. Calava il silenzio, salvo per le boccate di pipa, lo scricchiolio del pavimento di legno e lo sciabordare dell'acqua con la quale ungeva la creta. Era una battaglia dalle fasi precise come un rituale. Dapprima violenta, grezza, alla ricerca della forma: Le mani strappavano, affondavano, graffiavano, colpivano, schiacciavano. con una foga interrotta solo dal suo ritirarsi di qualche passo per osservare ad occhi socchiusi, la pipa sempre più coperta di fango grigio rappreso. Poi, mano a mano che l'idea si formava, il lavoro si addolciva, i gesti divenivano carezze, fremiti, tocchi leggeri, piccoli segni dell'unghia a suggerire dettagli. A scuola a quel tempo ci raccontavano il nostro essere nati in quel modo, da un Dio che plasmava la creta. Osservando quel vecchio mi sentivo un iniziato, l'unico dei miei compagni che avesse visto la creazione. E ne traevo una strana eccitazione, pensando a quel Dio (o a quella Dea), che mi aveva plasmato, con piccoli tratti delle dita, accarezzato con il palmo bagnato per rendere liscia la pelle, toccato  con l'unghia per marcare un dettaglio.

 

Fu lui a crearla, lavorando la creta.

Nemmeno se ne accorse.

Solo più tardi, facendo altro, ne vide la bellezza e la portò con se.

 

Lei l'attese sul letto come un paesaggio. Il ventre curvo da bambina, i seni tenui come un acquerello.

 

La pensò meta e ragione del viaggio. L'amò molto ma non volle possederla. Poiché ciò che amava era l'inviolato corpo di una figlia amante.

La prima volta non poteva, quindi, che essere l'ultima.

 

Di notte,  nell'altra stanza , creava mostri bellissimi,: farfalle dalle ali di mica. Non per amore, ne per noia, ma per un suo modo di scandire il tempo. Un evento non accadeva, così , un mese o una settimana fa, ma giusto prima della farfalla grande o subito dopo le due piccole.

 

Se glielo aveste chiesto si sarebbe schermito. Sono quisquiglie - diceva . Giochi per non dover vivere.

 

Vi metteva la stessa cura puntuale di chi carichi giornalmente una pendola. E lo stesso amore involontario.

 

Lei vegliava.

 

Fu lei a tradirlo, naturalmente. La prima carezza la segnò, ne portò l'ombra negli occhi.

 

Lui  non lo seppe mai, ma lo scoprì subito.

 

Smise di guardarla, ma non di amarla.

 

Creò ancora una o due farfalle, come un motore che sussulti dopo spenta l'accensione.

 

Fece loro scandire il futuro. Me ne andrò finita questa, diceva.

 

Lei e l'altro scesero in giardino gettando un'ombra sola.

Finì con l'uccidersi ma senza togliersi la vita. Si liberò del corpo come di uno stivale infangato.

 

Passò all'aria come ad un grembo. Fu loro condanna, pur senza degnarli di uno sguardo.

 

Di lei poco si sa. Restata più volte incinta, non partorì  mai, come se non potesse dare vita.

 

Le farfalle sono molto valutate oggi.

 

Se ne ammirano le splendide ali di mica al museo Bellariva.

 

 

 

 

PARIDE

Paride aveva una madre. Non una donna, ma una bella madre dagli occhi distratti. Se ne dimenticò subito, pensando fosse un fatto naturale e che le madri facessero parte dell'orizzonte come le case.

Si pensò libero. Si accorse della catena solo quando ne arrivò in fondo. Allora si accucciò ai piedi dell'orizzonte.

 

Sua madre crebbe con lui, ma in direzione diversa. Doveva aver spinto uomini alla morte ed altri averli tratti alla vita, gli aveva senz'altro partorito fratelli o forse li aveva abortiti . Aveva avuto sogni, scritti in diari subito stracciati. Forse gemeva anche lei contro il suo lato della catena. Ma di tutto, non portava i segni ne sul viso, ne sulla pelle morbida del collo.

E lui non lo seppe mai. Ne se lo chiese.

 

Più tardi Paride ebbe una moglie. Fu per un figlio in arrivo. Cercò subito lavoro per darsi un contegno. Si sposarono in nero, come volle la madre, per nascondere il ventre. Lei le scelse il vestito traendolo dall'espositore del negozio, glielo appoggiò al ventre e disse " Nelle tue condizioni ..." Lei si sentì umiliata, ma non umile.  A quel matrimonio senza amici, i parenti giunsero in ritardo.

 

Il primo natale promisero di non farsi regali. Solo lui mantenne. Scoprì, così, di saper ferire come un bambino, senza intenzione, ma non per questo con meno efficacia.

La madre riempiva la stanza come un fumo.

Il fumo é l'anima fuggita alle cose, il fumo é amarezza e ricordi. Segno di vita e di distruzione avvenuta.  Volute ineguali scorrono dalle labbra alle narici, turbini  color terra si svolgono dal ventre dell'incendio. Tentacoli sinuosi portano sentore d'autunno.

 

La moglie sciolse i nodi delle sue insicurezze e, riannodandone i capi, fece guinzagli. Lui fingeva impegni notturni, come leggere o riordinare dei conti per sfuggire l'abbraccio in quel letto sudato.

La solitudine lambiva Paride raramente, ma come una carezza

 

(Ho visto nuvole bianche lambire i fianchi sudati delle colline, ho visto nuvole scure appoggiarsi ai crinali e traboccare, ho visto filacci tesi tra gli alberi e le rocce, nuvole stracciate dalle cime e ricomposte dalle valli. Altre gravide e tese, gonfie di supponenza. Nuvole a bocconi, a strascico come reti, a lembi come sudari.

La loro ombra, come un messo, mi ha inseguito e raggiunto.

Rabbrividendo ne ho ascoltato la voce)

 

Preceduta da una lettera giunse dal passato una sorella ignota. Mi riconoscerai - mi scrisse - perché non ti rassomiglio. Non avendomi mai vista mi troverai diversa. Avremo molto da dirci, per celare meglio i nostri segreti.

 

Lei si stabilì nei suoi attimi di solitudine come un bambino maldestro. Lo avvolse in una nebbia amica odorosa di sale.

 

Paride non avendo modo di riflettere, cercò di scegliere d'istinto tra il fumo, la nebbia e la nuvola.

Non potendo scegliere, cercò di fuggire. Si accorse della morte come dell'ultima porta in fondo al corridoio.

 

Non avendo il coraggio d'aprirla, vi attese di fronte fino alla fine.

 

 

 

NITTEA

Fu lui a vederla.

Vi inciampò mentre era intento a scrollarsi di dosso il peso della notte.

Fu lei a parlare.

Lui rispose con l'impaccio dei soli.

 

Poi attinse coraggio dal profondo delle proprie membra come se da quel sorso dipendesse la vita.

Lei aveva occhi come laghi freddi e profondi.

La chiamò Nittea.

 

Quando il sogno fu certo, rischiò il risveglio e la presentò alla madre.

 

Sua madre accoglieva tutti sulla porta con grida di giubilo ed occhi distratti. Quindi li accomodava sotto di se affinché l'applaudissero.

 

Nittea parlò per prima e fu un errore.

Scesero tutti e tre nel parco, facendo a gara per essere amati.

Lui e Nittea pendevano ai lati della madre come braccia stanche.

 

Scheggia a scheggia, la madre sbozzò la confidenza di entrambi. Ricondusse Nittea al primo incontro ed oltre a ritroso. L'avviò per altre strade. Tornò per cancellare ogni traccia del suo passaggio. Espose le propaggini biancastre della solitudine come a ribaltare un sasso in un prato.

 

Quindi osservò il tutto soddisfatta.

 

Lui tornò ansimante per raccontare a Nittea che aveva fatto qualcosa di buono. Lo raccontò al proprio petto cercandola invano.

 

Fronteggiò la madre e le rese la morte che da sempre aveva avuto in custodia.

 

Ma prima generò con lei una figlia che chiamò Nittea.

 

Con lei regnò sul mondo per sette generazioni.

 

 

 

THANATO

Suonava il flauto sotto i portici in centro. Come uno scoglio divideva il flusso dei passanti. Alcuni gettavano monete come sassi in uno stagno o le accompagnavano nel cappello con un inchino.

 

Penandro ondeggiava in disparte sulle onde della musica. Le note gli giravano il capo come striduli gabbiani in cerca di un varco.

 

Si era fatto largo nel crocchio fino a riuscire a scorgerle il viso. La osservò  indovinandone il corpo magro sotto gli abiti lisi.

 

Incrociarono gli sguardi e più tardi si conobbero.

 

Lei lo guidò sapientemente attraverso ciò che era necessario. Lui seppe dimenticare abbastanza da amarla. L'aria sapeva dei loro corpi e il sonno fu il più profondo da anni.

 

Panandro divenne bambino, piccolo fino a celarsi in una ascella profumata. Lei gli diede tanto da farlo sentire vero.

 

Venne il giorno del timore. Lui smise di guardarsi e la vide. Lei lo avrebbe lasciato e doveva precederla. Ma temeva, fuggendo, di allontanarsi davvero.

 

"Quanto resterai ? " - gli chiese -  "non ho ancora iniziato a dare."

Per ogni volta in cui la mia mente gelosa ti ha accompagnato dove non potevo raggiungerti, per ogni volta che ho guardato le tue labbra muoversi dimentico delle tue parole, per ogni attesa, per ogni palpito, per quanto ho fatto di errato e stolto nell'ansia di piacerti, per ogni camera segreta della mia anima in cui ti ho lasciato entrare, per le frasi già sentite e l'incedere dell'abitudine, per quanto non ho saputo inventare per sorprenderti, per il mio corpo insufficiente e le mie mani maldestre, per quanto ti amo, dimmi quando mi lascerai.

 

"Non temere "- rispose Tanathos, la Morte, con nella voce gli echi di distanze infinite - "ti sarò vicina fino alla fine."

 

 

 

ATLANTA E MELANIONE

Melanione aspettava nella sua stanza:

Attendeva che l'aria fresca increspasse le tende, che le goccie salissero dal lavabo al rubinetto. Che il sole arrivasse allo zenith, per calare di nuovo ad oriente.

 

Che il ritmo della musica inciampasse.

 

Che vincesse il disordine.

 

Cercò di liberarsi dei propri pensieri come da un abbraccio soffocante, dai vestiti come da una rete in fiamme.

Sotto la doccia osservò per ore il rincorrersi  delle goccie sul muro.

 

Da qualche tempo sentiva il proprio corpo come un tradimento in agguato.

Gli anni come piccoli uncini che gli intralciavano il passo.

 

Aveva vissuto affannosamente come una cavia in un labirinto di cartone. Ora, più stanco che appagato, voleva alzare un poco la testa. Giusto per sorridere del labirinto.

 

Atlanta la incontrò piu' tardi.

Aveva gioventù e cattiveria. Portava entrambe come drappi di sfida.

Si piacquero poiché non si capirono.

Strinsero un patto e scesero lungo la strada polverosa.

 

Da oggi saremo veri, si dichiararono, spargeremo terrore rivelando l'essenza delle cose.

 

Io rinfaccerò l'ipocrisia di ogni mano profferta.

 

Io mostrerò ai figli il vero volto della madre.

 

Io porrò specchi, strapperò maschere.

 

Io darò zanne ed occhi alla noia dei rapporti.

 

Così corsero, rendendo al mondo il suo caos. Strappando i veli incrostati del civile e del colto.

 

Infine si volsero, unici sopravvissuti, a guardare l'orizzonte deserto offeso dalla verità.

 

Melanione era molto contento, e lasciò che Atlanta compisse il proprio dovere.

 

Ora é il tuo turno, sibilò Atlanta, e con la lingua lo trafisse.

 

Quindi si accarezzò i seni, il ventre, i fianchi e, ridendo, ad occhi chiusi, si sdraiò nell'erba.

 

Era una giornata splendida, e lei lasciò che tutto tornasse com'era. Come l'acqua in una fossa di sabbia, l'ipocrisia riconquistò i luoghi persi.

 

Dei vivi, l'unico a non accorgersene mai, fu  Melanione.

 

 

TESEO E ARIANNA

I pazzi. Ezio dall'occhio strabico e lo sguardo fisso. Ti si avvicina con un saluto che dura quanto i passi che ti dividono. Ti vede senza guardarti, come una maschera. Il naso piatto, le labbra troppo carnose, il ventre proteso sui calzoni corti. " ho una casa " - dice " ma  non ho una donna, io non la trovo una donna. "

" Ne ho avuta una, ma non andava bene, era malata di nervi. Sabato mi hanno celebrato i venticinque anni di lavoro, mi hanno offerto la cena e dato la cosa, come si dice, la gratifica."

E lui la casa ce l'ha, la casa e il ronco e la vigna e il fratello che lo ospita e il motorino per scendere e salire la collina con il casco rosso. Ma non la donna. E alla moglie del Marzio ha detto . " Tu non hai la casa, io non ho la donna, e lei ha aperto la finestra, ha trovato una scusa per uscire sul pianerottolo e non lo invita più a bere il caffé.

 

Il Mario percorre lo stesso cammino dalla curva alla casa. Più volte al giorno, con ogni tempo, a volte sotto un grande ombrello, a volte con il viso rivolto alla pioggia.

Vive con una sorella. Mi scopro ad immaginare dove e come dorma, quali sogni possano mai turbarne l'espressione immutevole. Siede di fianco all'uscio, su una panchina di pietra, immobile parte dello scorrere del tempo, o scende deciso dalla strada con una meta segreta negli occhi. Mi affronta con una domanda, ma la risposta causa solo la stessa domanda ripetuta.

 

Il Pinin ha il sorriso tirato sulla bocca senza denti come un siparietto tra gli zigomi rossi ed il mento allungato.

Grida ' ciao bella' alle ragazze di passaggio, alle minigonne ed ai vestiti a fiori, alla primavera immutevole di quei corpi giovani. Ma senza minaccia nella voce. Quelle che lo capiscono tintinnano di riso dandosi di gomito e non gliene vogliono : e solo uno dei tanti piccoli matti.

Uno dei piccoli matti a cui questa provincia dà diritto d'asilo e spazio, come le macchie di salsa sul grembiule di una cuoca grassa.

 

Si ritrovarono per caso. Si incontrarono in un bar analcolico gestito da vecchie signore. Ci si serviva da soli in vassoi di plastica rossa.

 

L'avventore che ti precedeva, traeva a sé ogni porzione, guardandola con occhi miopi, annusandola e riponendola con disapprovazione.

Si  sentiva solo il tintinnio di piatti e posate ed il silenzio di troppi ricordi.

Teseo ed Arianna fecero la fila scartando quanto era duro da masticare, quanto non era adatto alla pressione e ciò che non piaceva più.  Si affannarono alla ricerca di un tavolo e si sedettero in attesa che le parole colmassero lo spazio tra di loro.

 

" E` passato molto tempo" - disse infine Teseo senza alzare lo sguardo -           " dalle spensierate corse di allora ."

Versò del vino e la mano insicura lasciò sulla tovaglia un rosario di gocce rosse.

" Non c'è mai stato nulla di  spensierato. Solo promesse non mantenute.

Mi serbi rancore ? "

 

Rispose Arianna contando le gocce come per un rito propiziatorio :

 

" Sono stanca e mi angoscia l'impegno di serbarti rancore. "

 

Lo disse guardandolo negli occhi, cercando di scorgervi dietro la superficie umida qualcosa dei propri ricordi.

 

Lei l'aveva tratto dall'inferno come si sradica una piantina preziosa. L'aveva guidato tenendo il filo per un capo. Esortandone il passo. Sussurrando parole di coraggio perchè si sentisse protetto. Dal fratello bestiale di lei, dalle mura opprimenti.

Teseo non resse lo sguardo. Chiuse gli occhi e levando il capo cercò nell'ombra il bagliore di giorni lontani.

" Ricordo quando apristi la stanza. Vi sedevo da mesi. Avevo allineato le mie cose sul letto e le contavo. Una, cento volte. Ricominciando da capo ad ogni interruzione. La morte sedeva in un angolo e si divertiva a provare maschere.Curasti ferite invisibili, emoralgie che mi sfiancavano. Ritrovasti il filo che unisce la mente a ciò che é.

 

" Cambiasti solo padrone, Teseo. Una parte di te passò il testimone all'altra. "

 

Nel silenzio che seguì rilessero entrambi i propri ricordi come pagine dalla grafia incerta. In quei giorni lontani tutto era incerto. I confini delle cose, la validità delle decisioni, i pensieri, come attraverso una nebbia. La vita si avvolgeva su se stessa come un serpente e sembrava in ogni istante di poterne saltare una spira, trovare un modo nuovo di viverla, magari a ritroso. Al centro della spirale il fratello, dal viso divino, immagine del segreto che li univa. Come puoi non amare un fratello ? Come amarlo ? Con il corpo steso  al centro del labirinto, prigione senza tetto, il peso immenso sul ventre ed il muso fulvo nell'incavo del collo.

 

Ne aveva ancora l'odore agro sulla pelle, e le guance in fiamme quando dette il filo a Teseo. Ne udiva ancora le grida quando fuggì.

 

" Agne, Ari-agne, fosti tu a trarmi in salvo - pensava Teseo - da mura e costruzioni peggiori di quanto Dedalo sappia costruire. Da letti sfatti, cibo rappreso nei piatti, finestre sbarrate e specchi infranti.

Da spirali così avvinte che solo la mente può percorrerle. "

 

Teseo, ti ho liberato da un groviglio di rovi  - pensava Arianna - per lasciarti a reti più avvinte. Ti rinfaccio sempre il tuo abbandono, portando segreta nel cuore la mia paura interiore. Nè ........., nè benevola.

 

Arianna ruppe il silenzio.

 

" Svegliandomi vidi l'acqua ancora increspata dalla scia della barca. "

 

" Fuggii da ciò che più amavo per doverti solo amore e non gratitudine. Ti lasciai a nozze più  degne. Alle quali ti affrettasti, per altro. "

 

" Abbiamo solo percorso i nostri destini, più simili di quanto sappiamo. Cosa é oggi di te ? "

 

"Dalla morte di mio padre fuggo da me stesso come un gatto cui ragazzi abbiano legato scatole alla coda."

 

" Verrò a trovarti uno di questi giorni."

 

" Ti sarà facile trovarmi - rispose Teseo alzandosi lentamente - Porto una maschera di cartone a forma di giovenca. Siedo nel centro del labirinto. Attendo un'altra mano armata. Accarezzo i seni bianchi di Arianna."

 

MUSA

Lui era un artista.

Lui era un artista dal corpo magro nonostante l'età: Dal viso affilato e gli zigomi aztechi. Dalle labbra povere, serrate all'eccesso di fiato, alle parole inutili.

Le spalle dritte e l'animo ricurvo. Gli occhi chiari e lo sguardo rivolto all'interno.

Lui desiderava essere un artista.

Si accaniva sul proprio sogno come una falena contro la lampada. Non per fuoco vero nelle vene, ma perché l'inattività gli tormentava la coscienza.

 

Dipingeva con mano sicura e mente incerta. Aveva arredato lo studio così che sembrasse proprio uno studio.

Scolpiva, affondando le dita nel grigio umido della creta, vedendola già monumento invecchiato sulla piazza.

 

Non amava altro che il proprio affanno. Ciò che faceva era solo merce di scambio per la gloria.

 

Musa gli sedeva ora di fianco ora dinnanzi. Mai alle spalle perché ne temeva lo sguardo. Aveva guidato per anni il suo lavoro come si guida un criceto sul tavolo : con le mani ai lati, affinché creda di andare solo.

 

Lui schermiva la propria presunzione. Pensando : " sarò famoso ",  diceva :     " é  troppo duro ed effimero ".

 

Musa crebbe prima con lui, poi oltre, fino a  doversi voltare per guardarlo.

 

Di fronte a lei, appena fuori dalla porta, si stendeva un giardino abbandonato all'incuria. Era quasi tempo per potare le rose e mille piccoli altri lavori.

Il sole per la stagione, non entrava più in casa. Quasi riservasse le poche energie per il lavoro restante.

 

Lui parlava di sé. Lavorava convinto, tracciando segni invisibili all'interno di una cornice vuota.

 

Giunse l'ora di andarsene, come l'ultimo grano di una clessidra. Musa incespicò appena in alcune promesse fatte anni prima. Ma queste non la trattennero.

 

Uscì verso la vita come una ballerina verso gli applausi. Si mise al lavoro nel sole d'autunno.

 

 

 

LOGOMITIA

Bononia docet, nel ventre caldo, nell'imbuto di questa sala. Noi suoi allievi sporgiamo teste rasate e chiacchericcio sommesso verso il fondo scuro di questa tana di ragno. Siamo tutti in attesa che si compia il sacrificio, che vibri come un brivido di carni, l'aria densa.

 

" Io sono un albero senza radici, un bastone in cui scorre la linfa. Nè bastone nè albero, quindi. Come albero, protendo presuntuoso le mie dita forcute, come bastone, non posso con le mie contrapposte dita affrancarmi alla terra, privo di sostegno, non dò appoggio alcuno. Ammiro il cielo con occhi riversi e vacillo senza equilibrio.

Perciò siedo in questo emiciclo e lo attendo. " Disse la paura .

 

" Sono una goccia. Una molecola forse o un groviglio di molecole. Individuale e senza confini. Ogni essere umano che mi ha preceduto ed ogni mio contemporaneo scorrono con me tra le sponde ripide del tempo. Corrente immensa di idee, di orgoglio, di sofferenza e di viltà. Ognuno spinge, trae, devia, frena il compagno, ognuno è forza motrice  e parte del moto.

Ma io non so o non mi accorgo di questo organismo a cui appartengo. Tocco i miei confini cangianti e temo il vuoto. Perciò siedo in questo emiciclo. Attendo una risposta, Lo attendo. " Disse l'orgoglio .

 

" Noi siamo coloro che spinsero il tubo di gomma dallo scappamento al finestrino, e bevvero fino ad instupidirsi, e parlarono fino al sonno, e scrissero il biglietto che ci riscattava, che avrebbe fatto loro capire,

che li doveva punire. Quelli che battevano le ali senza credere nell'esistenza dell'aria, che diedero così poco valore alla vita da offrirla come sacrificio supremo.

Noi tutti, per capire, siediamo in questo emiciclo e lo attendiamo." Disse la morte.

 

" Zitti, sta arrivando. Procede su tutte le sue gambe, sporgendosi appena dal guscio, enorme, lento, gocciola umori sulfurei. E` Pangloss, il fisico epifisico, patafisico. Maestro di tutte le scienze. Ora parla! "

 

Solo si udiva il trillo sommesso di un cicalino lontano e il suono di nacchere  delle sue chele:

 

"Io sono Pangloss al centro dell'emiciclo. Le mie nari dilatate percepiscono l'odore della vostra paura, della vostra incertezza. L'odore dell'orgoglio, della presunzione. Odori dal profilo esatto, dalle essenze sottili, La paura ha l'odore del vello bagnato, con un tocco leggero d'aglio o d'ozono. La presunzione ha quello dell'incenso e della cera calda. l'orgoglio, ha l'odore dolciastro della cipria.

L'intelligenza ? Ah ! L'intelligenza ha l'odore scostante del sudore, del fumo freddo di sigaretta. Solo la mediocrità non ha odore proprio : si camuffa, si cela, si mimetizza.

Diffidate della mancanza di odori !

Io sono Pangloss, non albero ma linfa, non liquido ma corrente, non sonno ma morte."

 

"Il mito é l'infanzia dell'umanità. Attraverso il mito troveremo le nostre origini. E di tutte le scaglie della nostra corazza camaleontica, qual'é quella che più lentamente si modifica ? Quale serba più di ogni altra memoria inconscia del passato ? Se a livello fisico il feto conserva vestigia della nostra evoluzione, a livello spirituale qual'é il feto ? Quale la genesi di ogni nostra forma di attività intellettuale ?

Io vi dico : la parola.

Ed é nel linguaggio che troverete le tracce più antiche, le orme fossili di sentieri scordati.

Non mitologia, dunque ! Non discorso sui miti, ma  LOGOMITIA : " mito celato nel discorso "

I misteri della nostra esistenza, le forze primordiali che hanno plasmato il nostro divenire, le lotte impari tra la nostra coscienza ed il reale, le risposte  mai eguagliate alle nostre più intime paure, le basi stesse del nostro pensiero proteso sempre alla creazione di un ordine da cui trarre conforto, i sogni della nostra infanzia che nessuna acquistata conoscenza, che nessuna raggiunta maturità possono totalmente cancellare, la nostra memoria genetica, il nostro subconscio collettivo, tutto risale al mito. E di tutto, solo il linguaggio porta tale memoria. E noi, distratti, inconsapevoli, ne facciamo costante uso improprio, ciechi della sua nobile origine, seminatori incauti di perle, ne lanciamo manciate sulla pietra.

 

Si levò un cicaleccio sommesso,  un respiro unisono.

 

" Io sono l'albero-bastone e Pangloss mi ha dato radici. Mi ha detto di cercare il passato, di dipanarne i nodi, ripercorrere i gangli, affondare le dita nella sabbia fine di quella immensa clessidra fino a conoscerne ogni grano.

Pangloss, guida e sciamano, mi ha condotto a ritroso nel tempo ed io ho guardato quel fiume sulle pietre di ogni scritto, di ogni immagine di ogni oggetto che l'uomo abbia mai lasciato di sè. "

 

" Io sono l'oncia di nulla, e Pangloss mi ha dato dimensione e scopo. Nello scorrere dei miei simili, nella corrente, ho capito che ognuno di noi é parte essenziale. Ogni millimetro di spazio occupato dall'uomo dalla sua prima comparsa, ha spostato innanzi impercettibilmente il cammino degli altri. Ognuno, dunque senza  distinzione, ha avuto la sua dimensione ed il suo scopo."

 

" Noi siamo il resto urlante di una umanità insoddisfatta Pangloss ci chiede di cercare e capire, di umiliarci e sentire, di scavare e chinarci. Ma noi siamo sordi e preferiamo morire. "

 

" Ecco, Pangloss retrocede verso l'uscita, le chele in alto, il ventre molle raso terra.

Onorate Pangloss, nostro maestro. "

 

Logomitia

Edipo, Antigone, Pigmalione, Paride, Nittea, Thanato, Atlanta e Melanione, Teseo e Arianna,  Musa

SCRITTI