La Festa

 

Bene, bene, vi voglio raccontare stasera la storia di Marika, una ragazzina di circa undici anni che viveva non molto lontano da qui, in un piccolo paese in cima ad una valle.

Marika abitava con il suo papà, su un'alpe proprio sopra il villaggio. Erano arrivati da un paese lontano quando la ragazzina aveva otto anni. Erano scappati da una guerra che aveva portato via molte cose: la loro casa, il lavoro, ma anche quella spensierata serenità che dovrebbe essere diritto di tutti, soprattutto dei bambini.

Il papà di Marika era stato contadino al suo paese e, arrivato qui da noi con solo una valigia  e pochi spiccioli, aveva trovato una piccola casa di pietra quasi in cima alla montagna e, da buon lavoratore, prima l'aveva tutta sistemata poi si era messo ad allevare caprette. Faceva il formaggio, e piccoli lavori di feltro con la lana, e oggetti buffi di legno che vendeva in paese o ai turisti.

I due non erano certo ricchi, anzi, pensando come viviamo noi,  erano poveri, ma tiravano avanti e stavano bene.

Marika andava a scuola naturalmente. Si alzava presto, sbrigava dei lavori in casa, accudiva alle caprette, poi, i libri in spalla correva giù per i prati fino alla scuola. Al pomeriggio, stessa cosa: tornava, mungeva le capre o aiutava il papà a fare il formaggio, andava raccogliere qualche uovo che le sue due galline lasciavano in giro tra i cespugli, e poi, se il tempo era bello, si metteva sotto un albero con i suoi libri, guardando la valle stretta e sinuosa con il fiume luccicante sul fondo, come un nastro d'argento.

A volte i suoi amici venivano a trovarla, per raccogliere mirtilli o arrampicarsi sulle rocce oppure solo per giocare. Nella classe di Marika c'erano molti bambini anche perchè attorno al paese erano sorte diverse villette di gente di città che voleva vivere lontano dal rumore e dal traffico.

 

Un giorno, in una bella giornata di fine settembre, quando l'aria è ancora calda e limpida e le montagne iniziano a colorarsi di rame e oro per l'autunno, Marika arrivò a scuola sentendo nell'aria una grande agitazione. Grissi le corse incontro. Grissi - che era il diminutivo di grissino - era un ragazzino magro appunto come un grissino, bravo a scuola e timido come una violetta. Era anche molto innamorato di Marika, ma non l'avrebbe mai ammesso.

"Marika - urlò Grissi - ci sarà una festa!

"Dove?

"CarloFelice, ci ha invitati tutti per il suo compleanno nella sua villa.

Carlo Felice era un bambino molto ricco, arrivava sempre alla mattina accompagnato dall'autista o dalla governante. Nessuno aveva mai visto i suoi genitori, nemmeno alle feste del paese. Era un ragazzo biondino, pallido, che parlava con un po' con la erre moscia. Quando i ragazzi tornavano a scuola dalle vacanze estive, lui era sempre stato in posti strani e lontani. Non giocava volentieri a pallone, perché aveva paura di rovinarsi i vestiti e d'inverno portava sempre una sciarpa anche in classe perché si ammalava facilmente di tonsillite.

"Ma sei sicuro? chiese Marika molto stupita. Non era mai successo: di solito CarloFelice i suoi compleanni li faceva con gli amici dei genitori e i loro figli, che venivano apposta anche da lontano.

"Ma certo! Ha detto che i suoi non ci saranno, ma gli hanno dato il permesso. Lo sai che hanno una piscina dentro la casa? Ci si può fare il bagno anche d'inverno. E poi ci sarà la musica, e una torta enorme...

"Ma bisognerà essere eleganti? - chiese Marika un po' preoccupata -

"Non lo so - disse Grissi - ma tu sei sempre bella... - e diventò rosso come un gambero.

Grissi fu salvato dall'arrivo di Gnocco. Gnocco era un ragazzo - diciamo un po' grassottello -  alto una testa più dei suoi compagni e forte come un torello. Non era molto bravo a scuola, ma aveva un cuore d'oro. Quando un bambino più piccolo veniva minacciato da uno grande, bastava che dicesse: "Lasciami in pace, se no chiamo Gnocco!  e  la minaccia scompariva.

"Ragazzi! - disse Gnocco gongolando - che sballo! Mi ha detto la mamma, che l'ha saputo dalla signora Laura, che hanno una sala con il pavimento di marmo dove si balla.

"Ma tu non sai ballare - disse Grissi ridendo

"Chi l'ha detto?  guarda - gridò Gnocco  ed iniziò a saltare in giro come un canguro.

Marika entrò in classe e per tutto il giorno non riuscì a pensare da altro. Per molti suoi compagni forse la festa non era una cosa così speciale, ma per lei era un avvenimento straordinario. Non era mai stata in una casa così e con tutto quello che c'era da fare sull'alpe, non aveva mai avuto l'opportunità di andare in giro o - figuriamoci! - di ballare. Nel paese da cui proveniva Marika, poi, c'erano usi e costumi diversi dai nostri e il papa di Marika era abbastanza severo. Marika chiudeva gli occhi e si vedeva già volteggiare sul pavimento di marmo come una principessa.

Adesso bisognava solo risolvere due problemi: il vestito e il regalo.

Quella sera la ragazzina si mise a frugare tra le sue cose, gettando all'aria magliette e pantaloni. Poi si sedette disperata sul letto. "Non ho niente! farò una figuraccia...

"Problemi? - chiese suo padre infilando il testone barbuto attraverso la porta.

"Siamo tutti invitati ad una festa da Carlo Felice - disse Marika, con un po' di paura che suo padre le impedisse di andarci - Non ho niente da mettermi.

Il padre si sedette con lei sul bordo del letto. "Sai, non è importante cosa si indossa. I tuoi amici ti vogliono per quello che sei. Tua mamma diceva sempre: "bisogna essere puliti, dentro e fuori, il resto non conta.

Marika non era molto convinta, ma sorrise lo stesso per rassicurarlo.

"Io direi, - proseguì il padre - che quella maglietta nera sarebbe molto elegante, ma gli manca qualcosa. Si alzò, trasse da un armadio una scatolina rossa e porse a Marika una collana di pietre colorate.

"Questa era di tua mamma, lei era sempre molto elegante, ma con semplicità.

Marika si appoggiò al petto la maglietta e su questa la collana. Le pietre luccicavano come piccoli soli colorati.

"Grazie papa. È bellissima.

"E poi, - riprese il padre - ci vuole questo. - E prese da uno scaffale una scultura di legno.

"Mi sembra un bel regalo no? un pezzo unico. Non qualcosa di comprato, come possono fare tutti.

Marika gli saltò al collo e lo abbracciò stretto stretto.

 

I giorni passarono e arrivò la vigilia del giorno fatidico. Marikà scendeva dalla collina con la mente persa in fantasticherie. Chissà se Grissi mi invita a ballare - pensava - altrimenti lo farò io!

Di fronte alla scuola fu fermata proprio da Carlo Felice. Era assieme  a due ragazzi più grandi e assieme bloccavano la strada. Marika sorridendo voleva quasi iniziare a ringraziarlo per l'invito, ma qualcosa nella sua espressione la trattenne.

"Ecco qui la nostra Marika - disse Carlo Felice con un brutto tono. - Dimmi un po, ti trovi bene con le capre? ti ricordano il tuo paese? - E i ragazzi grandi scoppiarono a ridere.

Marika rimase senza parole.

"Sai cosa dicono i miei? che di stranieri non ne abbiamo bisogno. Mangiate a sbafo e fate la bella vita a spese nostre. "Bravo! - dissero  gli altri due.

Marika aveva voglia di piangere. "Perché dici così  - chiese in un filo di voce. Per un attimo le sembrò che Carlo Felice si fosse pentito o che gli dispiacesse, ma i due ragazzi gli diedero una manata dicendo: "Digli quell'altra cosa, dai!

Carlo Felice si riprese e disse sprezzante: "Non penserai mica di venire a casa mia domani, vero? Quelli come te non li vogliamo...  E ridendo se ne andarono lasciandola lì tutta sola a raccogliere i cocci dei propri sogni.

 

Il giorno dopo Marika, sbrigò le sue faccende, poi si mise seduta su un muretto a guardare la nebbia del mattino che si dissipava con l'arrivo del sole.

"Ma non vai a scuola? - chiese suo padre

"Non mi sento bene - rispose Marika - con gli occhi lucidi.

"Devo andare in paese - disse suo padre - torna a letto e fatti del latte caldo. Torno presto.

"Papà - chiese Marika sottovoce - torneremo mai a casa?

Il papà si fermò sulla soglia. "Siamo a casa, Marika. Casa è dove ci si sente bene, dove si hanno gli amici, - poi fece un gesto verso la valle illuminata dal sole: "È bello qui e non è molto diverso dal nostro paese.

La ragazzina non rispose e andò verso la sua stanza.

Marika restò a letto quasi tutto il giorno. Poi, sentendosi in colpa, verso sera, andò ad allattare le capre e dar loro da mangiare. Il padre la raggiunse nella stalla. "Ma non c'era la festa, stasera?

"L'anno rimandata - mentì Marika -

"Tutto bene? - insistette il padre

"Certo! perché? L'hanno rimandata. Adesso sono stanca. Vado a dormire.

Uscì dalla stalla che era già buio. Lontano, oltre il paese, le sembrava di vedere le luci della grande villa. Pensò per un attimo ai suoi amici e al pavimento di marmo.

Si voltò e cacciò un urlo.

Dietro di lei c'era Grissi, e persino al buio Marika vedeva che stava arrossendo.

"Cosa ci fai qui?

"io io ... balbettò lui

Marika si voltò di nuovo: le era sembrato che qualcuno stesse ridendo nel buio. Poi di colpo, suo padre, che li stava osservando dalla porta della stalla, accese una luce e tutto il prato dinnanzi alla casa si illuminò. E c'erano tutti. Grissi, e Marco e la sua amica del cuore e ... tutti i suoi compagni: la classe al completo.

C'era persino Carlo Felice, con la manona di Gnocco che lo teneva per il colletto spingendolo avanti.

"Ciao Marika - disse Gnocco porgendole Carlo Felice come se fosse un pupazzo, "Lui vuole chiederti scusa..

"Ma... cosa , come... - balbettò Marika

"Scusami, Marika - disse Carlo Felice - volevo farmi bello con quei ragazzi grandi, e mi hanno detto loro quelle brutte cose e io...

"Va bene, va bene disse Marika sorridendo - ma perchè hai un occhio blu?

"Non trovava le parole per scusarsi - rispose Gnocco - e mentre lo aiutavo è inciampato.

"Grissi, vuoi spiegarmi! - implorò Marika.

"Quando non sei venuta a scuola stamattina, ci siamo preoccupati, poi è venuto tuo papà durante la ricreazione per chiedere se era successo qualcosa. Gnocco ha chiesto spiegazioni a Carlo Felice ed è saltata fuori tutta la storia. Mamma mia com'era arrabbiato Gnocco. (e Marika provò ad immaginare Gnocco veramente arrabbiato). Allora abbiamo deciso che non ci andava nessuno alla sua festa.

"E Grissi ha avuto l'idea - interruppe Gnocco - la festa la facciamo qui. Tuo papà ha detto che è d'accordo. Maria ha portato la musica e Andrea ha portato la torta.

"Ma non è la torta per il tuo compleanno - disse Gnocco tirando su di peso Carlo Felice per il bavero - è la torta di Marika.

Carlo Felice faceva sì con la testa come una marionetta.

"Siete i migliori amici che io possa desiderare - disse Marika commossa e poi, prendendo per mano Carlo Felice: "Ma è anche la tua torta, buon compleanno. Mi dispiace, non abbiamo pavimenti di marmo per ballare - disse - ma... ti piacerebbe vedere come si munge una capretta? È molto più divertente di quello che immagini!

E Carlo Felice, che aveva persino dimenticato la sua solita sciarpa, la seguì docile, mentre la luna piena trasformava i prati in tappeti d'argento. I ragazzi iniziarono a ballare sull'erba umida di rugiada mentre la lampada creava lunghe ombre sul muro della stalla.

E Marika si sentì veramente a casa in quella notte magica.

 

 

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